Cilea, Francesco
(Palmi, Reggio Calabria, 23 luglio 1866 – Varazze, Savona, 20 novembre 1950).
Compositore, operista, didatta. Grazie all’intervento di Francesco Florimo, amico e studioso di Bellini, fu ammesso agli studi musicali a 13 anni nel Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli. Studiò la composizione con Paolo Serrao e il pianoforte con Beniamino Cesi. Quando questi fu chiamato ad insegnare al conservatorio di Pietroburgo (1886), si alternò alla cattedra di pianoforte Giuseppe Martucci e Cilea si distinse quale suo miglior allievo per padronanza tecnica e sensibilità interpretativa. Frattanto i suoi progressi in campo compositivo determinarono l’inizio della sua carriera di didatta sin da giovanissimo, a meno di vent’anni, come maestrino nella classe di contrappunto, in quello stesso conservatorio che avrebbe più tardi diretto.
Nel periodo di formazione fu apprezzato da Umberto Giordano, che fu suo grande amico e compagno di studi nella classe di Paolo Serrao, e debuttò nelle scene del teatro lirico con l’opera Gina quando ancora frequentava l’ultimo anno del corso di composizione (1889).
Dal 1890 al 1892 fu insegnante supplente di pianoforte complementare e di armonia al Conservatorio di Napoli; dal 1896 al 1904 insegnò teoria e contrappunto al Regio Istituto Musicale di Firenze; dal 1913 al 1916 fu direttore del Conservatorio di Palermo; e di seguito diresse, sino al 1935, il Conservatorio di Napoli.
Durante questi anni si impegnò alla creazione del Museo Storico e al consolidamento di un’orchestra sinfonica.
Dal 1947 Cilea visse a Roma, poi a Varazze, dove era solito trascorrere le vacanze estive, e dove morì nel 1950.
La sua carriera artistica è essenzialmente legata al teatro lirico ed ai cinque melodrammi che compose, in un arco relativamente breve della sua lunga vita: Gina (1889), Tilda (1892), L’Arlesiana (1897), Adriana Lecouvreur (1902) e Gloria (1907). Melodrammi che ebbero una alterna fortuna soprattutto se inquadrati nell’oblìo in cui alcuni di essi caddero dopo il successo delle prime rappresentazioni.
Il successo di Gina, con cui esordì da valente diplomando di composizione, su libretto di Enrico Golisciani, e che diresse personalmente alla prima rappresentazione, spinse l’editore Sonzogno a commissionare a Cilea un’opera in tre atti su libretto di Angelo Zanardini. Il critico musicale D’Amico rammenta che il libretto di Zanardini non piacque a Cilea, ma temendo di irritare l’editore Sonzogno, si costrinse a musicarlo. L’opera Tilda ebbe un discreto successo, anche oltre confine, in una rappresentazione al Prater di Vienna. Ciò consentì lo stabilirsi di un rapporto di fiducia con l’editore Sonzogno, che permise a Cilea di accostarsi ad un nuovo e più complesso lavoro teatrale: L’Arlesiana.
Il 27 novembre 1897 a Parigi (Teatro dell’Opéra-Comique) Massenet dava la prima di Sapho; lo stesso giorno a Milano avveniva la prima esecuzione assoluta de L’Arlesiana. Due opere accomunate da alcune importanti somiglianze: tratte entrambe da soggetti letterari di Daudet, ambientate entrambe nella Provenza, con trame apparentate sia dai personaggi, sia dai risvolti drammatici. Notare questa indubbia coincidenza non voluta dai due compositori ci interessa per sottolineare quanto Cilea fosse interessato al teatro musicale francese, e come quegli spunti che in forma di intonazione idillica e lirico-sentimentale sono rintracciabili fin dalla opera Gina, derivati dal modello francese delle commedie d’azione, sono una costante componente patetica nell’opera di Cilea, inconsueta nel teatro italiano di quegli anni, e che va ben oltre la grande amicizia che legò Cilea a Massenet. D’altro canto, la parallela composizione di Sapho e Arlesiana esclude qualsivoglia influsso reciproco.
L’Arlesiana ebbe esito contrastato, e nella prima rappresentazione fu cantata da Enrico Caruso; ma due anni dopo, riveduta e corretta, ottenne un grande successo e consacrò Cilea tra i compositori maggiori della “Giovine Scuola Italiana” insieme a Mascagni, Leoncavallo e Giordano. Successo subito seguito da Adriana Lecouvreur, l’opera maggiormente rappresentata di Cilea, che fu un vero trionfo e venne sin da subito allestita nei maggiori teatri d’Italia in Europa e in America, in edizione italiana, francese, inglese e tedesca.
In Adriana Lecouvreur Cilea è profondamente legato ai grandi temi romantici, compreso il gusto del bel canto e la disposizione teatrale accentuata, enfatica, filtrato attraverso la già citata lente di osservazione francese. L’equilibrio formale del compositore, impareggiabile nell’abilità di descrivere e controllare musicalmente i suoi personaggi, si traduce in assoluta naturalezza nell’uso delle voci e in ritmo scenico perentorio.
L’ultima opera rappresentata di Cilea fu Gloria: ma essa non ebbe la stessa accoglienza di Adriana, cosa che produsse a Cilea vasti ripensamenti e pure un certo rammarico. Probabilmente lo stesso soggetto dell’opera, ambientata nel Trecento senese su libretto di Arturo Colautti, medesimo librettista di Adriana, di stampo francamente dannunziano ed estetizzante, ridondante, non si confaceva alla sensibilità musicale di Cilea. Francesco Abbiati ha sottolineato come l’arte di Cilea “parve soffrire” di fronte al pubblico tipo del Verismo teatrale italiano dell’inizio del Novecento, più orientato per gusto a “forzature d’effetto” alle quali Cilea sempre si sottrasse “incapace alle concezioni convenzionali false”, e ciò probabilmente motivò il più che quarantennale silenzio che caratterizzò la seconda parte della sua vita, in cui si dedicò con vigore all’attività didattica, rivelando un carattere estremamente risoluto e instancabile che lo portò a ridare al Conservatorio di Napoli, in particolare, lo splendore e la fama più consistenti tra gli istituti italiani del tempo.
Tra i suoi allievi ricordiamo: Jacopo Napoli, Maria Caniglia, Bruno Giuranna, Tito Aprea, e Renato Parodi.
Occorre aggiungere che Cilea, dopo l’esito non soddisfacente di Gloria, tentò di comporre un nuovo melodramma. Fin dal 1926, nell’edizione del Dizionario universale dei musicisti di Carlo Schmidl, è citato un Matrimonio Selvaggio del 1909 su libretto di un tal Giuseppe di Bagnasco, inedito. In verità, non vi è traccia di tale lavoro, né Cilea ne parla nella sua autobiografia e nei suoi carteggi. Per certo, egli ebbe dei contatti con il librettista Renato Simoni, per la realizzazione di una “fiaba sentimentale” che probabilmente avrebbe dovuto avere il titolo Il ritorno dell’amore.
Cilea ebbe contatti in quegli anni con altri librettisti: Anton Menotti Buja, Ottavio de Sica, Enrico Galisciani, Giovacchino Forzano, Ettore Moschino. Con quest’ultimo lavorò ad una Rosa di Pompei che però non vide mai la luce, nonostante lo stesso Cilea rilasciò alcune interviste, negli anni Venti e Trenta, che fanno presumere che egli avesse cominciato la stesura dell’opera al punto che Piero Ostali, direttore della casa editrice Sonzogno, suggerì al compositore di non diramare notizie non veritiere che danneggiavano i tentativi di riportare nella prassi esecutiva vecchie opere come L’Arlesiana o Gloria; nessun impresario le avrebbe più allestite sapendo che a breve ci sarebbe stata un nuova Rosa di Pompei da lanciare nei circuiti lirici del tempo.
Di grande importanza è il repertorio strumentale di Cilea: pezzi per pianoforte “da sala” in cui è ancora singolare l’adiacenza con le composizioni per pianoforte di Jules Massenet; pezzi per pianoforte a quattro mani; musica vocale da camera; una splendida sonata per violoncello e pianoforte; un altrettanto eccellente trio per violoncello, violino e pianoforte; brani per violino e pianoforte; composizioni orchestrali tra cui spicca il Poema Sinfonico Corale su versi di Sem Benelli (rappresentato per la prima volta a Genova il 12 giugno del 1913 per le commemorazioni verdiane promosse dal Municipio). Tale repertorio conferma la bella versatilità del compositore, e una attenta ricerca tra le varie forme strumentali, non del tutto usuale nell’Italia di quegli anni e certamente non condivisa all’interno della Giovine Scuola Italiana.
Nel 1948 la città di Reggio Calabria gli conferì la cittadinanza onoraria (8 febbraio) e gli intitolò il Teatro Comunale (26 febbraio). Al musicista è intitolato anche il locale Conservatorio di Musica.

Composizioni
Composizioni per orchestra
Poema Sinfonico Corale (versi di Sem Benelli; 1ª esecuzione: Genova, 12 giugno 1913).
Il canto della vita (testo di Sem Benelli; 1913).
Lodi sinfoniche (1934).
2 suites (1887, 1931).
Suite (Napoli, Izzo).
Piccola suite (1931; Milano, Ricordi; 1ª esecuzione: Napoli, marzo 1936).
Musica da Camera
Trio con pianoforte (1886).
Tema con variazioni (1932).
Suite per violino e pianoforte (1948).
3 Pezzi per violoncello e pianoforte (1949).
Sonata in re maggiore op. 38, per violoncello e pianoforte (1894; Napoli, Izzo, ca. 1901).
Pianoforte
op.
9 La petite coquette: air de danse (Milano, Ricordi, 1890).
10 C’est toi que j’aime: impromptu a la mazurka (Milano, Ricordi, 1890).
20 Berceuse (Milano, Ricordi, 1916).
41 Foglio d’album (Milano, Sonzogno, 1906).
42 Suite vecchio stile (1915; Milano, Ricordi, 1916).
43 Tre pezzi (contiene: Acque correnti, Valle fiorita, Verrà?).
- Serenata a dispetto (1916).
- Album di pezzi pianistici per la gioventù (contiene Romanza, L’arcolaio, Gocce di rugiada, Melodia, Mazurca, Aria campestre, Serenata, Valzer, Canto del mattino, Danza; Milano, Curci).
- Canzone dell’arcolaio (Chanson du rouet).
- Danza.
- Seconda Danza (Milano, Curci).
- Aria campestre (Milano, Curci).
- Canto del mattino (Milano, Curci).
- Romanza (Milano, Curci).
- Serenata (Milano, Curci).
Pianoforte a Quattro Mani
Tre Pezzi (1895).
Alla gavotta (Milano, Curci).
Amour joyeux (Milano, Curci).
Chansonnette op. 31 (Milano, Curci).
Idillio (Milano, Curci).
Serenata (Milano, Curci).
Liriche
Non ti voglio amar?, melodia per mezzo-soprano o baritono (parole di G. Pessina; Milano, Ricordi, 1890).
Nel ridestarmi (versi di F. Soffré; Napoli, Curci, 1923).
Tre Vocalizzi, per soprano e orchestra (Milano, Ricordi; 1ª esecuzione: rai, febbraio 1951). Vita breve (versi di Annie Vivanti).
Altro
Ode sinfonica, per tenore o soprano, coro e orchestra (Milano, Sonzogno, 1935).
Suite in mi maggiore, per violino e orchestra (Milano, Ricordi; 1ª esecuzione: Napoli, aprile 1950).
Trascrizioni
Trascrizione per archi o per violoncello e pianoforte del Concerto per violoncello di Leonardo Leo.
Opere Teatrali
Gina, melodramma idillico in tre atti (libretto di Enrico Golisciani; 1ª rappresentazione: Napoli, Teatrino del Conservatorio San Pietro a Majella, 9 febbraio 1889).
Tilda, melodramma in tre atti (libretto di Aneldo Graziani [pseudonimo di Angelo Zanardini]; 1ª rappresentazione: Firenze, Teatro Pagliano, 7 aprile 1892; Milano, Sonzogno, 1892).
L’Arlesiana, opera in tre atti (libretto di Leopoldo Marenco, dal dramma di Alphonse Daudet; 1ª rappresentazione: Milano, Teatro Lirico, 27 ottobre 1897; Milano, Sonzogno, 1899).
Adriana Lecouvreur, opera in quattro atti (libretto di Arturo Colautti, dal dramma Adrienne Lecouvreur di Eugène Scribe e Ernest Legouvé; 1ª rappresentazione: Milano, Teatro Lirico, 6 novembre 1903).
Gloria, dramma lirico in tre atti (libretto di Arturo Colautti; 1ª rappresentazione: Milano, Teatro alla Scala, 15 aprile 1907; Milano, Sonzogno, 1907; libretto revisionato da Ettore Moschini, Napoli, 1932).
Il matrimonio selvaggio (Giuseppe di Bagnasco; 1909, non rappresentata).
Gina. Melodramma idillico in tre atti, libretto di Enrico Golisciani dalla commedia Cathérine ou La croix d’or (1835) di Mélesville [pseudonimo di Anne-Honoré-Joseph Duveyrier] e di Nicolas Brazier. Prima rappresentazione: Napoli, Teatrino del Conservatorio San Pietro a Majella, 9 febbraio 1889. La trama è ambientata in epoca napoleonica, in un paesino della Francia. Uberto è costretto ad arruolarsi nell’esercito ed abbandonare la fidanzata, quando improvvisamente uno sconosciuto si offre di sostituirlo. Gina, sorella di Uberto, colpita dal gesto promette di sposarlo al suo ritorno e, come pegno, gli dona un anello d’oro. Uberto è comunque costretto a partire come soldato e, due anni dopo, fa ritorno a casa con un commilitone di nome Giulio che gli ha salvato la vita. Tra Giulio e Gina nasce immediatamente un’attrazione. Ma costei, memore della promessa, pur innamorata resiste. Giulio dichiara di essere colui che sostituì Uberto alla leva ma, non avendo più con sé l’anello, non viene creduto. Il sergente Flamberge sopraggiunge sulla scena e rivela di avere l’anello che Giulio gli donò quando pensava di essere in fin di vita. Nella gioia generale, Gina e Giulio si riconciliano.
Tilda. Melodramma in tre atti, libretto di Aneldo Graziani [pseudonimo di Angelo Zanardini]. Prima rappresentazione: Firenze, Teatro Pagliano, 7 aprile 1892. Di ambientazione tipicamente verista, fu composta da Cilea nella quiete di Bagnara Calabra (Reggio Calabria) su commissione dell’editore Edoardo Sonzogno.
Tilda è innamorata, non ricambiata, di Gastone un giovane che prova per lei solo attrazione fisica e che intende sposarsi con Agnese. Offesa ed umiliata dal comportamento di Gastone che le offre denaro, Tilda decide di rivolgersi al brigante Gasparre e fa rapire i due giovani.
Agnese, impaurita, si abbandona alla disperazione, intenerendo così il cuore della sua “rapitrice”. Tilda decide di incontrare per l’ultima volta Gastone, per confessargli il suo amore. Derisa nuovamente, per vendetta afferma – mentendo – di avere ucciso Agnese. Accecato dall’ira, sconvolto e disperato, Gastone si avventa su Tilda pugnalandola. Ma Agnese appare subito dopo e Gastone, seppur in ritardo, comprende la nobiltà d’animo di Tilda, che muore augurando felicità e benedizioni ai due amanti.
L’Arlesiana. Opera in tre atti, libretto di Leopoldo Marenco, dal dramma di Alphonse Daudet. Prima rappresentazione: Milano, Teatro Lirico, 27 ottobre 1897.
Atto I. Cortile di una fattoria. Il vecchio pastore Baldassarre sta raccontando una storia al figlio minore della fattoressa Rosa Mamai; il ragazzo non è molto sveglio e tutti lo trascurano, benché ci sia in paese la superstizione che aver un figlio scemo in casa porti fortuna. Solo l’affetto disinteressato e sincero del vecchio pastore riesce a svegliare gradatamente l’intelligenza del ragazzo. Il figlio maggiore di Rosa, Federico, dà dei pensieri alla madre: si è pazzamente innamorato di una ragazza di Arles conosciuta alla fiera e vuole sposarla, quindi va trovare lo zio Marco per averne informazioni. Giunge alla fattoria Vivetta, figlioccia di Rosa che, fin da bambina, ha voluto bene a Federico e adesso è delusa alla notizia del progettato matrimonio con la forestiera. Intanto Federico ritorna dal paese esultante precedendo di poco lo zio: le informazioni sono ottime e si può senz’altro fissare la data delle nozze. Mentre tutti sono saliti in casa per brindare al lieto avvenimento, si presenta a Baldassarre il guardiano di cavalli Metifio e chiede di parlare a Rosa. Le dice che suo figlio sta per sposare una ragazza poco per bene: l’Arlesiana è stata la sua amante e i genitori di lei ne erano a conoscenza, ma lo hanno licenziato da un giorno all’altro non appena si è presentato un partito migliore. A conferma di ciò mostra a Rosa due lettere che le lascia per un giorno. Rosa chiama Federico, gli fa leggere le lettere e gli ingiunge di non nominare mai più la indegna ragazza. Federico, a questa rivelazione, è fuori di sè dal dolore. Atto II. Alla riva di uno stagno. Vivetta e Rosa girano per la campagna cercando ansiosamente Federico che si è allontanato da casa e non risponde a nessun richiamo. Rosa cerca di persuadere Vivetta a essere un poco più ardita con Federico per attirarne l’attenzione e cercare di distrarlo. La ragazza è quasi scandalizzata dalle proposte della donna e si allontana seguita dalla vecchia. Federico, che si era nascosto nell’ovile per sfuggire alle fastidiose premure della madre, è scoperto dal fratello e da Baldassarre. Il pastore lo invita a cercare conforto nel lavoro e a pensare al dolore che dà a sua madre. Ma Federico non riesce a farsi una ragione e, mentre il povero scemo si addormenta sul prato e ripete nel sogno qualche parola della storia raccontatagli da Baldassarre, rilegge angosciato le famose lettere e si tormenta all’idea del tradimento dell’Arlesiana. Vivetta gli si avvicina, si offre di consolarlo; lei lo ha sempre amato e sempre gli sarà fedele. Federico la respinge; ai singhiozzi della ragazza accorre Rosa. Pur di non vedere il figlio continuare a struggersi così, è disposta a sacrificare anche l’onore della famiglia: sposi pure la sua Arlesiana e la porti in casa. Federico si commuove alle parole della madre: non può permettere che essa riceva come figlia una tale ragazza. Vuole liberarsi e guarire dalla sua infatuazione ed è disposto a lasciarsi curare da Vivetta. Rosa abbraccia i due giovani piangendo di gioia. Atto III. Nella grande sala della fattoria. Alcune ragazze addobbano la sala per le nozze; cantando e ballando allegramente si allontanano con Baldassarre. Nella sala Vivetta chiede teneramente a Federico se è felice. Federico la rassicura: è proprio guarito. Del passato smarrimento non ha conservato nulla, neanche le lettere, che ha fatto rimandare per Baldassarre. Mentre i fidanzati si appartano abbracciati, entra, agitato, Metifio, che richiede le lettere a Baldassarre. Questi dice di avergliele già recapitate; Metifio non le ha ricevute perché ha passato due notti ad Arles. Capisce che la sua vita sarà un inferno, ma non può rinunciare all’Arlesiana e ha deciso di rapirla; durante la notte lo si potrà sentire passare a galoppo. Federico e Vivetta odono queste parole; ripreso dalla vecchia passione e accecato dalla gelosia Federico si lancia contro Metifio e lo vuol colpire con un martello. Baldassarre e Rosa riescono a separarli. Vivetta accompagna Federico in camera sua e Rosa rimane a sorvegliarlo ma è molto sorpresa quando il figlio minore viene a dirle che baderà lui al fratello. Il ragazzo sembra avere improvvisamente acquistato l’intelligenza e la madre lo abbraccia felice, poi lo manda a dormire. Assicuratasi che i due figli dormano sereni si ritira nella sua stanza. Ma Federico, ossessionato dall’idea dell’Arlesiana rapita sul cavallo di Metifio, si alza dal letto e va verso la porta del granaio. Nè Rosa nè Vivetta riescono a trattenerlo: egli chiude la porta dietro di sè, deciso a gettarsi dal fienile. Mentre le due donne lo chiamano disperatamente, un tonfo sordo fa accorrere tutti spaventati. Federico si è suicidato. Il fratello minore cerca di soccorrere la madre svenuta e Vivetta in lacrime. Adriana Lecouvreur. Opera in quattro atti, libretto di Arturo Colautti, dal dramma Adrienne Lecouvreur di Eugène Scribe e Ernest Legouvé. Prima rappresentazione: Milano, Teatro Lirico, 6 novembre 1903.
Atto I. Parigi, 1730. Nel foyer della Comédie Française gli attori si preparano ad andare in scena. La Jouvenot e la Dangeville sono agli ultimi ritocchi prima di andare in scena. Vicino a un caminetto, sormontato dal busto di Molière, Quinault sta indossando un sontuoso turbante; poco distante, a un tavolo da gioco, Poisson controlla il trucco in uno specchio. Nel daffare generale, confuso tra comparse, macchinisti e servi di scena, Michonnet si sposta trafelato da un attore all’altro, soddisfacendo ogni capriccio. Nel trambusto non passa però inosservato l’ingresso del principe di Bouillon, accompagnato dall’abate Chazeuil. Intanto, da una porta laterale, con il copione tra le mani, appare la Lecouvreur negli abiti orientali della Rossana del Bajazet: gli uomini tutti restano estasiati e incantati da cotanta bellezza. Le donne, invidiose, voltano dispettosamente le spalle. Adriana, con atteggiamento da primadonna, si difende definendosi “l’umile ancella” e si apparta con Michonnet, che tenta invano di rivelarle il suo amore. Ma Adriana, sorda a quelle lusinghe, è distratta da altri pensieri: l’attesa per la recita e l’arrivo di un soldato, appena ritornato dalla guerra, sotto cui si cela il conte Maurizio di Sassonia. Inaspettatamente il giovane raggiunge Adriana nel foyer e con una dichiarazione appassionata ottiene un appuntamento al termine della rappresentazione. In pegno l’attrice gli dona alcune violette. Ma dietro le quinte si tessono trame diverse. Intercettato un biglietto della Duclos con un invito a Maurizio per la serata, il principe di Bouillon decide di smascherare l’amante organizzando una festa nel villino di sua proprietà scelto per l’appuntamento. Ignora però che sua moglie, e non la sua protetta, ha scritto al conte Maurizio di Sassonia. Dopo lo spettacolo, dove Adriana trionfa, tutti si dirigono al ricevimento, anche la stessa Adriana che ha appena ricevuto l’invito. Atto II. Salottino nella villetta dell’attrice Duclos. La principessa di Bouillon attende con impazienza Maurizio del quale è innamorata e che ha attirato a quel convegno con la scusa di importanti notizie politiche. Maurizio arriva finalmente, è cortese, ma un poco freddo. La Principessa si ingelosisce vedendogli addosso le violette di Adriana; per non creare complicazioni, il giovane dice che sono per lei. Soltanto l’offerta del mazzetto convince l’attrice a mettere da parte i sospetti per concentrarsi sulle questioni importanti. Le notizie sono negative: nemici potenti contrastano l’ascesa del conte al trono di Polonia e vogliono l’arresto del pretendente. Maurizio progetta di fuggire, la donna però lo trattiene. Il giovane implora comprensione ma, a rendere più difficile il distacco, arriva inaspettato il principe, convinto di avere colto in flagrante la Duclos. Fortunatamente la principessa riesce a nascondersi e l’imbarazzo si spegne in una complice stretta di mano tra i due uomini. Intanto, mentre Chazeuil dispone per la cena, Adriana incontra, felicemente sorpresa, il suo soldato, che le si mostra nella vera identità. I due si scambiano nuove promesse d’amore. Il maligno abate rivela alla Lecouvreur l’esistenza di un’altra donna, lasciandole intendere che si tratta della rivale Duclos. Ma Maurizio non ha bisogno di nessun espediente per dimostrare ad Adriana la propria buonafede: la donna desidera a tal punto credergli che si offre di aiutarlo. E sarà lei, in incognito, a liberare dal nascondiglio l’«amante per politico disegno», favorendone la fuga attraverso il giardino. L’incauta principessa perde però un braccialetto, che finisce fatalmente nelle mani di Adriana. Atto III. La sala del teatrino nel palazzo di Bouillon. Entra la Principessa già pronta per il ricevimento: è tormentata dalla gelosia e vuole assolutamente riuscire a scoprire chi è la preferita di Maurizio. Il maggiordomo annuncia Adriana, che è accompagnata da Michonnet: tutti la circondano con ammirazione. La Principessa crede di riconoscerne la voce e, per metterla alla prova, annunzia che il conte di Sassonia probabilmente non potrà intervenire perché è stato gravemente ferito in duello. Lo stratagemma riesce: a questa notizia Adriana quasi sviene. Invece proprio in quel momento giunge Maurizio. Il respiro di sollievo di Adriana la tradisce sempre più. A bassa voce Maurizio si scusa con la Principessa per la sgradevole situazione nella quale involontariamente l’ha messa e la prega di concedergli un colloquio per affari importanti. Vedendoli parlare insieme, Adriana si insospettisce. Ha inizio il balletto che rappresenta il giudizio di Paride. Alla fine il danzatore che rappresenta Paride offre il pomo alla Principessa, che fa chiare allusioni alla nuova amica del Conte: un’attrice che gli ha regalato un mazzolino di violette. Gli ospiti ascoltano con curiosità. Adriana ribatte, accusando invece una signora dell’alta società che, fuggendo dal convegno, ha perso un prezioso braccialetto. Si toglie infatti un braccialetto e lo fa vedere in giro; le signore presenti lo ammirano, il Principe riconosce che il gioiello appartiene alla moglie. C’è un momento di perplessità; ma la Principessa, con disinvoltura, prega Adriana di recitare qualche verso e suggerisce un brano dell’Arianna abbandonata. Reprimendo lo sdegno, Adriana accetta invece il consiglio del Principe e declama un monologo della Fedra. L’ultimo verso è un’accusa a quelle donne che sanno tradire senza mostrare vergogna e Adriana lo recita con particolare violenza accennando alla Principessa. Tutti sono a disagio; ma la Principessa, benché furibonda, si dà un contegno e dice piano a Maurizio di restare perché ha da parlargli. Adriana si congeda e chiede a Maurizio di accompagnarla: ma egli si scusa e promette di andare da lei la mattina dopo. Adriana lascia la sala con Michonnet, seguita dagli sguardi irati della Principessa. Atto IV. Un salottino di casa Lecouvreur al tramonto. Michonnet, amico fedele, è venuto a trovare Adriana. Delusa e sfiduciata, l’attrice ha deciso di abbandonare le scene e passa il tempo a letto, avvolta da un’aria cupa che nessuno riesce a rischiarare. Una sola medicina potrebbe guarirla: Maurizio. Per questo Michonnet, vincendo le proprie resistenze, lo manda a chiamare. Anche i soci della Comédie non si rassegnano a perdere la loro primadonna e si presentano in casa sua festosi e carichi di doni. A poco a poco Adriana si lascia contagiare dall’allegria dei colleghi e promette che tornerà a recitare. Alla gioia degli amici si unisce anche la cameriera, che porta alla Lecouvreur un cofanetto di velluto appena recapitato. Il biglietto che lo accompagna è del conte di Sassonia. Nascondendo l’emozione, l’attrice distrae gli amici e si precipita verso il regalo: lo apre e d’improvviso, colta da malore, vacilla. Michonnet, che le è rimasto vicino, la soccorre e crede di capire: nella scatola, restituite al mittente, ci sono le violette. Adriana si dispera, ne annusa a lungo il profumo, poi le getta con rabbia nel caminetto. Intanto Maurizio, che non ha inviato alcun cofanetto ma ha subito risposto all’appello di Michonnet, entra nella stanza. È evidente che Adriana soffre. Lui le chiede perdono, la prega di sposarlo, si abbracciano. Ma la fine che li aspetta è diversa da quella che per un attimo hanno sognato. Il volto terreo, le pupille sbarrate, il corpo percorso da tremori, Adriana comincia a vaneggiare e poco dopo muore tra le braccia di Maurizio, vinta da quelle violette che qualcuno, forse la principessa di Bouillon, aveva avvelenato.
Gloria. Dramma lirico in tre atti, libretto di Arturo Colautti. Prima rappresentazione: Milano, Teatro alla Scala, 15 aprile 1907. Nel 1932 la partitura subì una revisione grazie alla collaborazione con Ettore Moschini: il nome di Folco de’ Bardi fu mutato in Bardo ed il confronto tra questi e Lionello nell’atto secondo fu soppresso. Ambientazione a Siena verso la fine del xiv secolo. Il soggetto è incentrato sull’amore tra due giovani, appartenenti a due famiglie rivali. Atto I. Durante la festa per l’inaugurazione di una fontana, Gloria – figlia del priore Aquilante de’ Bardi – viene avvicinata da un uomo che afferma di conoscerla da lungo tempo. Giunge Bardo, fratello di Gloria, e l’uomo si presenta come Lionetto de’ Ricci, figlio del priore del popolo che dovette cedere ai Visconti la città di Montalcino, attirandosi lo scherno della nobiltà. Al termine della cerimonia, Lionetto, scortato da diversi compagni, si svela per Fortebrando, capitano ghibellino. Gloria viene accerchiata e scompare. Atto II. Tenuta prigioniera da Lionetto, Gloria è preoccupata per i suoi familiari. Sorvegliata da una donna, costei le suggerisce di cedere ai sentimenti di Lionetto per calmare le ostilità. In verità Lionetto non le è indifferente ed accetta di frequentarlo, pur consapevole che cedergli potrebbe significare tradire la sua famiglia. Travestito da mercante orientale, giunge Bardo, che impone alla sorella l’uccisione di Lionetto. Ma invaghita dell’uomo, Gloria non riesce a compiere l’omicidio e tenta di avvelenarsi: Lionetto la salva e gli confessa il suo amore. Atto III. Lionetto e Gloria convolano a nozze. Bardo conversa con alcuni amici che improvvisamente circondano gli sposi. Lionetto è colpito dal cognato con un pugnale e Bardo tenta di condurre con sé la sorella. Gloria si oppone e rimane con l’amato, vedendolo morire. Porrà fine alla sua vita con la stessa arma che, solo per pochi istanti, l’aveva separata dal marito.

Bibliografia
Carlo Schmidl, Dizionario universale dei musicisti, I, Milano, Sonzogno, 1926.
Alberto De Angelis, L’Italia musicale d’oggi. Dizionario dei musicisti. Appendice, Roma, Ausonia, 1928.
Raoul Meloncelli, voce Cilea, Francesco, in Dizionario biografico degli italiani, XXV, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1981.
Carlo Parmentola, voce Cilea, Francesco, in Dizionario Enciclopedico Universale della Musica e dei Musicisti. Le biografie, II, Torino, UTET, 1985.
Maria Chiara Mazzi, Un’opera neogotica di Francesco Cilea, in Miscellanea musicologica calabrese II, a cura di Felicia Di Salvo e Francescantonio Pollice, Lamezia Terme, AMA Calabria, 1997.
Julian Budden, voce Cilea, Francesco, in The New Grove Dictionary of Music and Musicians, V, London, Macmillan, 2001.

Giuseppe Maiorca
in Marilena Gallo [a cura di]
Dizionario dei musicisti calabresi
Caraffa di Catanzaro, Abramo, 2009