Raffaele Fiorini (Musiano di Pian di Macina, 15.VII.1828 – Bologna, 18.X.1898).

Buon suono
Prima della seconda guerra mondiale il Liceo Musicale di Bologna, divenuto poi Conservatorio "Giovan Battista Martini", aveva già alle spalle una storia ricchissima di sinergie musicali con la città. E anche la liuteria era stata coinvolta a più riprese, visto che mai come nella nostra comunità musicisti e costruttori di strumenti erano riusciti a crescere insieme, così efficacemente fin dalle origini. Del resto le istituzioni musicali della città erano ben abituate fin da tempi remoti a questo tipo di simbiosi: nel 1666 il nobile Vincenzo Maria Carrati, infatti, ne aveva perfino fatto il manifesto della fondazione della sua Accademia Filarmonica, allorquando espresse il chiaro proposito di radunare musicisti professionisti "acciò havere filo et unione da non disunirsi e rendere buon suono". Trovare questo "buon suono" voleva certo dire chiederlo non soltanto alla perizia dei musicisti ma anche a quella dei costruttori, tanto che l'antica Accademia aveva istituito anche una specie di posizione permanente di liuteria "in residenza" che fu occupata da alcune figure ormai classiche della nostra arte: Floriano prima e Giovanni Guidanti poi (dal 1716). Essi avevano la qualifica di manitentori della cospicua collezione dell'Accademia, ma il loro ruolo non rimaneva certamente confinato solo alle necessità museali, e particolarmente in quel periodo doveva legarsi fattivamente con quelle dei musici, i quali non avrebbero mai potuto fare a meno di buoni tecnici per realizzare la loro missione.
Da questa premessa si capisce in che contesto si trovasse a operare il Liceo dall'anno della sua fondazione (1804). Non è dunque un caso che furono proprio violinisti insegnanti al Liceo Musicale a sollecitare la rinascita di quest'Arte cittadina, che sembrava essersi sopita con la crisi economica iniziata a serpeggiare nel nostro settore ai tempi di Napoleone. Infatti sappiamo che l'appassionato ed ex enfant prodige Carlo Verardi, titolare della cattedra di violino dal 1860 al 1878 e attivo anche al Teatro Comunale, riconobbe in Raffaele Fiorini la persona adatta a far fronte alla crescente richiesta di prestazioni professionali di liuteria per la sua scuola; e lo invitò a venire da Bazzano a professare nel capoluogo felsineo. Sembra che per questa missione riuscisse anche ad aiutarlo a trovare una sistemazione di tutto rispetto, in pieno centro cittadino: all'interno del Palazzo Pepoli di via Castiglione, una sede storica e prestigiosa ove l'ex mugnaio di Musiano e Bazzano poté cambiare definitivamente attività dedicandosi all'arte della quale si sentiva innamorato da sempre.
È interessante notare come spesso sia stato proprio l'ambiente rurale a fornire i virgulti giusti alla liuteria nostrana, ma la necessaria cultura della quale si nutrirono fu certamente un frutto indotto dalle istituzioni musicali cittadine e dalla proficua vicinanza dell'Alma Mater Studiorum.
Da Bologna a Cremona
Raffaele Fiorini veniva da una famiglia tradizionale di mugnai, sul fiume Savena prima e sul Panaro poi. Infatti era nato a Musiano di Pianoro, in provincia di Bologna, nel 1828, ma la sua famiglia aveva preso poco dopo in carico un mulino a Bazzano e qui erano nati i suoi figli e la sua passione per la musica, per le arti figurative e per la costruzione degli strumenti musicali. Quando si trasferì a Bologna, nella primavera del 1868, Raffaele si era già fatto notare nell'ambiente musicale e la sua decisione di lasciare le macine non fu un salto nel buio, anche se lasciava un'attività che per sua natura dava pane e intraprendeva una professione al servizio di musicisti la cui retribuzione invece, per la natura intrinsecamente artistica di questo lavoro, era tutt'altro che stabile. Ma il suo genio ebbe ragione: in poco tempo seppe ricreare presso il suo studio un'atmosfera che ormai si credeva persa da almeno un secolo, cioè dai tempi della gloriosa Scuola Cremonese, e che proprio nella seconda metà dell'800 vedeva crescere a dismisura ed espandersi verso ogni angolo della terra la sua fama artistica e commerciale. Proprio l'ambiente didattico che Fiorini seppe ricostruire e uno studio costante di ogni problematica correlata a questa Arte complessa (così ben suggerito anche dai primi illustri frequentatori della famosa bottega) furono le chiavi primarie del successo. Molti strumentisti da tutta la penisola si servivano dei Fiorini per i restauri e le messe a punto, ma anche per avere strumenti costruiti su misura.
Alcuni ragazzi si aggiunsero presto al figlio Giuseppe, già presente fin dall'infanzia in questo articolato laboratorio, e trovarono l'ambiente ideale per crescere insieme e sviluppare quelle tecniche che così bene davano spazio alla individualità interpretativa del singolo autore, in contrapposizione alla mentalità imitativa che stava già dilagando nel resto d'Europa. I due fratelli Candi, Oreste e Cesare, prima di altri iniziarono come garzoni del laboratorio fin dai primi anni '80 e presto si appassionarono anche loro al lavoro liutario creativo. Poi si trasferirono a Genova, ma per tutta la vita si ricorderanno del buon tempo passato nella città natale col maestro. In una lunga intervista rilasciata subito dopo la seconda guerra mondiale, già in età, ormai noto e al culmine dei successi professionali, Cesare diede una bellissima descrizione della personalità del vecchio Fiorini: severo e austero, ma consapevole della grande responsabilità artistica che ci si assume quando si approccia la costruzione del violino, dunque anche un grande didatta nel senso più profondo del termine (alla cui scuola furono poi anche iniziati Armando Monterumici e Augusto Pollastri).
Lo sapeva bene suo figlio, che pur avendo avuto con il padre differenze di vedute abbastanza ampie, dovunque si trovasse e per tutta la vita mai si vergognò comunque delle sue origini, firmandosi bolognese o "da Bologna" in ogni etichetta, anche quando, nelle sue peregrinazioni artistiche, aveva abbracciato come stile di vita la ricostruzione metodologica della classica liuteria cremonese. Sposato con la figlia di colui che molto presto doveva consolidarsi come il suo socio in affari a Monaco di Baviera, la vita lo portò a far carriera lontano dall'Italia e in Germania trovò soddisfazioni di ogni tipo. Ebbe un ruolo fondamentale nella creazione della Associazione Liutaria Tedesca (VDG), tuttora attiva dopo quasi 120 anni, e si distinse nelle Esposizioni Universali, in mostre internazionali di prestigio, tra gli artisti e i clienti più esigenti ed influenti. Ma forse il tratto più interessante fu il suo costante pensiero rivolto all'insegnamento. Qualcosa che si era certamente portato dietro dall'esperienza di Palazzo Pepoli dove il violino, già saturo di un barocco ormai perduto, veniva magicamente reinventato e portato al livello tecnico delle esigenze musicali moderne. Raffaele, circondato dai miti insondabili del passato, era arrivato fino a un certo punto; e Giuseppe andò certamente oltre, riuscendo a trasmettere lo spirito del lavoro contemporaneo, rinnovato sulle solide basi classiche, a tutti gli allievi e lavoranti che transitavano dalle sue botteghe europee.
Per comprendere bene questa sua vocazione, che sfociò poi nell'acquisto di ciò che rimaneva del laboratorio di Stradivari e nel conseguente dono alla città di Cremona, bisogna osservare cosa accadde al violino allo sfumare del suo secolo d'oro: il '700. Verso la fine del secolo, alla morte dell'ultimo Bergonzi, di Guarneri del Gesù, di Giovanni Battista Guadagnini (dopo un successo prettamente extra-cremonese), le classiche botteghe che avevano costruito tanti violini con universali riconoscimenti entrarono, per una serie di concause, in una profonda crisi che portarono la nobile professione alla sua quasi totale sparizione sul territorio nazionale. Cambiava la società e cambiava la cultura, si affermavano nuovi concetti di produzione in tutti i campi e cambiava radicalmente anche il tipo di musica che si suonava in sale da concerto sempre più grandi. Il risultato fu che, nella città in cui la liuteria degli strumenti ad arco era stata portata ai livelli più alti da pochissime famiglie che si erano sempre tramandate oralmente metodologie e tecniche lavorative, non rimase più nulla e la stessa dunque parve un'antica arte tramontata per sempre con l'avvento della civiltà industriale.
Nel contempo però gli strumenti ad arco, secondo la loro propria natura, miglioravano le prestazioni con l'uso e durante tutto l'800, parallelamente a una produzione di massa su scala industriale portata avanti quasi unicamente all'estero, crebbero il mito e la domanda dei classici violini italiani venuti a maturazione con il conseguente alzamento dei prezzi e bisogno di certificazione. In questo contesto venne ad operare a Bologna la famiglia Fiorini.
Il naturale sforzo di Raffaele fu dunque quello di far vedere al mondo che ancora qualcuno in Italia era in grado di produrre strumenti di qualità che potessero competere con gli antichi, pur essendo nuovi; quello di suo figlio Giuseppe fu il recupero delle antiche metodologie perdute e la loro felice applicazione in tempi moderni su strumenti contemporanei che non avevano più nulla di barocco.
Infatti durante tutto il XIX secolo praticamente tutti gli strumenti classici erano stati riadattati alle esigenze acustiche della nuova musica. E nella ricerca della ragione per cui questi, anche rimodernati, ritenevano un timbro che continuava a non trovarsi tra i violini appena prodotti, il grande mito del Segreto degli Antichi crebbe a dismisura in tutto il mondo, giustificando così la grande speculazione che girava nel loro commercio. Un ottimo liutaio come Raffaele, dunque, così intento anche ad aggiustar strumenti vecchi, dovette tribolar parecchio a rendersi credibile con la sua produzione, non potendo neppure esibire (come nessuno alla sua epoca ormai più, del resto) un rassicurante apprendistato classico, magari cremonese. Invece suo figlio, animato anche lui da una fortissima attitudine liutaria, riuscì a colmare questa lacuna dopo il suo fatale incontro nel 1881 con il laboratorio di Stradivari, messo per la prima volta in mostra a un'Esposizione Universale di Milano. Dotato di mente acuta e indagatrice (un vero ricercatore scientifico, diremmo oggi), non perse l'occasione per studiare ogni piccolo dettaglio di questi reperti, ricavando una conoscenza che gli avrebbe dato il pubblico diploma di ingresso nella classicità, pur avendo a che fare con strumenti ed esigenze ormai mutate rispetto a quelle del periodo antico.
In poche parole il suo pensiero era più o meno questo: posso oggi usare il sistema antico svelandolo da ogni singolo disegno, forma, attrezzo o carta ritrovata, e costruire con lo stesso successo degli antichi uno strumento già portato al massimo grado di perfezione, dunque anche migliore di quelli passati; questo, in fondo, è il completamento della missione di suo padre. Ogni ricercata scoperta era elaborata, dimostrata e consolidata nella didattica continua di entrambi i laboratori, ma presso Giuseppe prima a Monaco poi a Zurigo e a Roma questa didattica diventò anche un dovere culturale nei confronti della patria: il metodo funzionava, dunque i liutai dotati avrebbero, con questo, reso giustizia all'antica e gloriosa Arte italiana.
Quando, appena terminata la Grande Guerra, la collezione di Stradivari, per così lungo tempo preservata dagli eredi del conte Cozio di Salabue che l'aveva acquistata direttamente dalla famiglia del grande liutaio, fu messa in vendita, Giuseppe Fiorini coronò il suo vecchio sogno con l'oneroso acquisto dei 1303 articoli componenti la stessa. Li tenne e li studiò da vicino una decina di anni, mentre ne cercava una degna collocazione, e poi riuscì a interessare proprio la città di Cremona, sede naturale della continuazione di questa felice e sperimentata didattica. Il deposito perpetuo avvenne nel 1930, con la condizione iniziale che vi si istituisse accanto una scuola che lo stesso Fiorini si era reso in qualche maniera disponibile a dirigere. Ma la salute stava peggiorando e il progetto sfumò senza l'aiuto di alcun allievo, finché il grande artefice bolognese venne a mancare, all'inizio del 1934, senza figli che potessero continuarne l'opera. Il suo progetto fu ripreso, in maniera completamente diversa, nel 1938 dal Ras di Cremona Roberto Farinacci, dopo le corpose Celebrazioni Stradivariane che il Fascismo aveva voluto attuare l'anno prima, ricorrendo il secondo centenario dalla morte di Stradivari.
Se oggi Cremona è riuscita in qualche modo nell'operazione di rilancio della liuteria come arte patrimonio storico della città, per la quale è stata celebrata a dismisura negli ultimi quattro secoli, molta parte del merito spetta alla famiglia di questi liutai bolognesi, la cui cultura partì proprio dai fermenti del Liceo Musicale.
Un'essenziale bibliografia d'assieme sulla scuola bolognese e sui quattro cognomi compresi nel volume (Bignami, Fiorini, Poggi, Pollastri) si legge alla fine della trattazione dell'ultimo grande rappresentante ricordato, Otello Bignami.

Roberto Regazzi
I Fiorini e il Rinascimennto
in Jadranka Bentini e Piero Mioli (a cura di)
Maestri di Musica al Martini. I musicisti del Novecento che hanno fatto la storia di Bologna e del suo Conservatorio
Bologna, Conservatorio «Giovan Battista Martini», 2021